Il contesto macroeconomico globale è cambiato in breve tempo, passando da uno scenario “Goldilocks” che prevaleva alla fine del 2025 ad un contesto di maggiore incertezza. In quel momento, crescita resiliente e inflazione in rallentamento sembravano poter coesistere.
Sembrava che le forze disinflazionistiche stessero prendendo piede: l’inflazione dei servizi stava rallentando, i prezzi dell’energia erano stabili, mentre i mercati del lavoro si stavano raffreddando. Un’interpretazione ragionevole era che l’inflazione potesse normalizzarsi senza alcun deterioramento della crescita.
Oggi, tuttavia, osserviamo un’interazione sempre più complessa tra crescita, inflazione e politica economica.
Negli Stati Uniti, con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, l’amministrazione Trump sembra voler sostenere lo slancio economico attraverso misure fiscali e altri interventi. I recenti segnali indicano il desiderio di una crescita nominale più robusta e una tolleranza verso un’inflazione più elevata, almeno nel breve termine. La mancanza di preoccupazione per un dollaro statunitense in deprezzamento suggerisce che le priorità di politica economica possano orientarsi maggiormente verso la crescita e il sostegno della domanda interna.
Allo stesso tempo, l’amministrazione appare determinata a limitare le pressioni al rialzo sui costi di finanziamento del debito pubblico. Questo crea un difficile esercizio di equilibrio – nel quale la Federal Reserve svolgerà un ruolo cruciale.
Il recente rafforzamento dei prezzi delle materie prime, combinato con un dollaro più debole, ha alimentato timori di un possibile ritorno delle pressioni inflazionistiche prima di quanto precedentemente previsto, nonostante il continuo allentamento delle condizioni del mercato del lavoro e l’ulteriore moderazione dell’inflazione legata agli affitti (shelter). Alcune di queste dinamiche potrebbero riflettere fattori transitori, tra cui fluttuazioni dei prezzi del gas naturale legate alle condizioni meteorologiche, suggerendo che i segnali di inflazione nel breve termine vadano interpretati con cautela.
Cambiamento di regime
Alla fine di gennaio, il Presidente Trump ha nominato Kevin Warsh nuovo presidente della Fed. Warsh ha più recentemente espresso sostegno a tassi ufficiali più bassi. Tuttavia, il suo passato lo colloca nella parte più “hawkish” dello spettro, in particolare per quanto riguarda la politica di bilancio della banca centrale.
Alla luce della nomina di Warsh, eventuali deviazioni dal percorso consolidato sono attese come graduali piuttosto che radicali. Gli operatori di mercato dovrebbero aspettarsi cambiamenti sottili, con la banca centrale probabilmente orientata a muoversi con cautela in un contesto di incertezza persistente.
Warsh aveva già fatto parte del board della banca centrale dal 2006 al 2011. E non è l’unica nuova nomina: nel 2026 l’ingresso di diversi nuovi membri con diritto di voto potrebbero spingere la banca centrale verso posizioni più restrittive.
Detto ciò, è ragionevole attendersi solo modifiche limitate nella direzione della politica monetaria. La Federal Reserve continua a operare entro vincoli istituzionali, legali e politici. Inoltre, il Federal Open Market Committee – che tra le altre funzioni stabilisce i tassi di interesse – mantiene una composizione ampia, limitando la portata di cambiamenti improvvisi.
Prima della nomina di Warsh, i mercati si aspettavano un presidente della Fed più apertamente accomodante. Dopo la sua nomina, i mercati hanno registrato una lieve flessione, mentre il dollaro si è temporaneamente rafforzato.
Aspettative globali
Al di fuori degli Stati Uniti, la forza valutaria in diversi mercati sviluppati – tra cui Australia, Nuova Zelanda e Area Euro – potrebbe sostenere le tendenze disinflazionistiche, offrendo alle banche centrali di tali regioni maggiore flessibilità.
A Francoforte, i policymaker potrebbero accogliere con favore un’inflazione contenuta, ma persistono profonde sfide strutturali alla crescita. La concorrenza cinese e la bassa produttività gravano come una zavorra sullo slancio industriale, frenandolo. Potrebbero inoltre guardare oltre il Reno, alla frammentazione politica francese e agli squilibri fiscali. I rischi non mancano.
Se si volessero cercare prospettive più incoraggianti nell’Eurozona, le si potrebbero trovare nella periferia dell’area. Inoltre, il Regno Unito emerge come mercato sviluppato particolarmente interessante: rendimenti elevati, un mercato del lavoro in indebolimento, prospettive d’inflazione in miglioramento e un credibile consolidamento fiscale sembrano tutti elementi in grado di sostenere una sovraperformance dei Gilt.
Più lontano, lo slancio economico in Australia e Nuova Zelanda si è rafforzato negli ultimi trimestri, spingendo i mercati a scontare una maggiore probabilità di rialzi dei tassi. Se in Australia può essere giustificata una certa cautela, in Nuova Zelanda il pricing appare in parte eccessivo, con alcune aree del mercato obbligazionario che offrono valutazioni interessanti.
Il nostro punto di vista
Nonostante questi segnali positivi, l’incertezza geopolitica rimane la norma. Il desiderio di Trump di acquisire la Groenlandia, la cattura e la destituzione del presidente del Venezuela e la dura retorica nei confronti dell’Iran stanno generando forti tensioni. Un approccio più unilaterale e transazionale, inclusa la rinnovata minaccia di dazi, ha spinto alcuni alleati europei e di altre aree a riconsiderare l’affidabilità degli Stati Uniti come partner strategico.
Con alcuni investitori preoccupati per la sostenibilità del debito pubblico, soprattutto nelle economie avanzate, non sorprende che parte dei flussi si sia indirizzata verso asset reali o debito dei mercati emergenti. In alcuni Paesi emergenti si riscontrano livelli di debito inferiori e dinamiche demografiche favorevoli. Le loro banche centrali hanno inoltre agito con decisione contro l’inflazione.
Tutto ciò sostiene un orientamento costruttivo sui tassi globali, nonché un’esposizione diversificata tra Regno Unito, periferia dell’Eurozona e Nuova Zelanda.Il quadro statunitense suggerisce un’esposizione di copertura piuttosto che una convinzione core.
Nel credito, pur ritenendo possibili temporanei vuoti d’aria, gli spread dovrebbero rimanere stabili o allargarsi solo leggermente, sostenuti da una crescita moderata, una politica accomodante e fondamentali nel complesso solidi. La dispersione settoriale favorisce un posizionamento difensivo in comparti come sanità, comunicazioni e beni di prima necessità, mentre il settore finanziario resta interessante grazie al valore relativo e alla solidità dei bilanci.
L’epoca in cui il rapporto tra crescita e inflazione sembrava perfettamente equilibrato ha lasciato spazio a un contesto incerto per gli investimenti obbligazionari. La direzione della politica negli Stati Uniti – sia fiscale sia geopolitica – è diventata meno prevedibile, aggiungendo un ulteriore livello di complessità per gli investitori. È quindi essenziale individuare mercati caratterizzati da politiche credibili e fondamentali in miglioramento. Ciò rende la gestione attiva e un’attenta selezione del credito ancora più importanti nell’attuale contesto e riteniamo che il nostro approccio flessibile possa posizionarci favorevolmente nei prossimi mesi.
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